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Il Ferrari di Michael Mann

Il film FERRARI, di Michael Mann è uscito in tutte le sale il 14 dicembre. Sono andato a vederlo solo ieri 6 gennaio, tormentato da due emozioni contrastanti: gioia e paura.

Gioia. Perché è Ferrari, il grande vecchio, l’uomo che più ammiro al mondo insieme a Isaac Asimov, l’uomo che per me rappresenta una religione. Per me che sono ateo Enzo Ferrari è il Credo. Quindi gioia, perché un omaggio a Enzo, come lo chiamo io in intimità, tra me e un lui che non può sentirmi, è sempre qualcosa di grandioso, è il sottolineare – se mai ce ne fosse bisogno – la sua grandezza, la capacità di trasformare un sogno in realtà. “Sono un uomo che ha sognato di essere Ferrari“. Frase che viene citata spesso, forse non la riporto alla lettera, ma è chiara. Per me Ferrari è il sogno, è un’emozione che ogni volta mi fa ribollire, quando una “Rossa” passa per strada, quando c’è una gara, meglio ancora se la Formula 1, l’unico sport che mi fa gridare, imprecare, piangere. Oltre trenta anni di gp visti in piedi, chilometro dopo chilometro.

Paura. Perché è Ferrari e ci vuole poco a farmi incazzare, a rovinare qualcosa che per me è sacro, a partire dalla scelta di un attore (Adam Driver) che non mi piace per niente e che già ho trovato incredibilmente fuori luogo in Star Wars. Paura. Perché Enzo è un personaggio complesso, duro, spigoloso, quasi anaffettivo, se vogliamo, ma un uomo che cova la passione come se fosse un bolo di lava nel petto. Un uomo che si è identificato del tutto col suo sogno, col suo essere Ferrari, un uomo che ha amato e ammirato generazioni di piloti e che a questi ha chiesto tutto, fino all’ultima curva. E li ha visti vincere. E morire. In tanti, troppi forse. Piloti che con lui (e come lui) avevano quella follia che solo un uomo in grado di mettersi al volante di quelle macchine può capire.

Gioia e paura. Perché quando hai tra le mani tutto questo fuoco di emozioni, il gioco sembra quasi fatto. Ma se poi giochi male… fai un papocchio.

Adam Driver, Michael Mann e gli altri

Come dicevo, ieri, 6 gennaio, sono andato al cinema, affrontando la mia preoccupazione. Confermo ancora una volta che Adam Driver non mi piace, lo trovo poco espressivo, algido, ho fatto fatica a vedere Enzo Ferrari nel suo volto, a vedere la passione che dominava il Drake, la determinazione di un uomo che in questo film non si vede se non in un paio di brevissime scene (e qui la colpa è di Mann). Molto brava invece Penelope Cruz che ha vestito i panni non facili di Laura Garello, la moglie, probabilmente l’unico personaggio (insieme alla delicatezza che ho molto apprezzato di Shailene Woodley / Lina Lardi) in grado di far trasparire qualcosa, in un piattume di livelli colossali.

Ovviamente, un film (tratto dal libro Ferrari di Brock Yates, Garzanti) che racconti le vicende del 1957 non può non parlare di un pilota che ho amato molto (nelle mie letture e ricerche sulla storia dell’automobilismo): Alfonso de Portago. Ma anche qui lavoro svolto a metà perché nel finale del film, dove ci si potrebbe aspettare un po’ di enfasi… calma piatta. Succede quello che deve succedere (e non aggiungo altro per non rovinare il film a chi la storia non la conosce) e fila via tutto come bere un bicchier d’acqua. Mann, le emozioni, ricordi? Quella cosa che noi scrittori mettiamo in un romanzo e voi registi in un film? Le emozioni dove sono?

C’è solo un momento in cui ho un po’ empatizzato con la scena (si può empatizzare con una scena? Non ho voglia di preoccuparmene, ora): quando Enzo seduto al tavolo con i progetti di un motore, spiega al figlio Piero qualche segreto. Stop. Il resto è calma piatta. Anche la Mille Miglia (l’ultima edizione mai corsa, perché l’incidente di Guidizzolo pose fine alla tradizione) regala poco, qualche scena spettacolare e niente più. Patrick Dempsey monoespressivo come sempre nel ruolo di Taruffi.

Ripensandoci ora, non mi sembra nemmeno di aver sentito una colonna sonora e invece cavolo se poteva essere utile a dare spessore emotivo a tutto. Nel film ho visto solo un Enzo debole e indeciso. Forse elementi privati che sicuramente componevano il suo carattere in certi frangenti, ma nulla di quello che ha mostrato a tutti noi da sempre: la decisione, la durezza, la determinazione a non fallire mai, la capacità di mettersi tutto alle spalle, anche il bene. Forse l’unica cosa che salvo del film è proprio la figura e la relazione con Lina. Perché Lina per lui era il vero amore, la sua oasi di pace, il luogo sicuro. E questo nel film traspare.

Uscendo dalla sala dentro di me ho espresso il giudizio definitivo: Enzo, perdonali.

Andrea Franco

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